venerdì 17 maggio 2019

Thronisti

   Ebbene si. Lo ammetto. Sono uno di quelli che la sveglia alle 2.55 - no facciamo le 2.50 che non si sa mai; vabbè, dai,  le 2.45, per sicurezza  - l’ha puntata. Eccome se l’ha puntata. Ché dopo un anno e mezzo abbondante d’attesa, di #winteriscoming, di voglio-proprio-vedere-adesso-cosa-si-sono-inventati, di massì-diamo-un’occhiata-alle-vecchie-stagioni-non-sia--mai-mi-sia-sfuggito-qualcosa, una levataccia notturna per essere in linea perfetta con gli Stati Uniti è il minimo sindacale. Ma minimo-minimo.
   Ché ‘Game of Thrones’, ormai è una cosa seria. Serissima. E i Lannister e i Targaryen e gli Stark e i Mormont e i Bruti e gli Estranei e il Night King e gli Immacolati e Sam e Varys e Dito Corto e il Mastino e Missandei e Verme Grigio e Melisandre e Daenerys e Jon Snow e Arya e Sansa e Bran e Cersei e Jaime e Tyrion e Brienne e Tormund e tutti i settordicimila personaggi della saga, quasi amici di tutti giorni. Anzi, quasi parenti. Anzi no, parenti stretti. E  George R. R. Martin, lo scrittore  (per diverse stagioni pure sceneggiatore) ai cui testi la serie di Hbo si è abbeverata, quasi un nonno buono. Anzi, un padre amorevole. Geniale. Quasi venerabile. Ebbene si. Lo ammetto. Come milioni di persone in giro per il mondo, la sveglia – alle nostre 3 - per essere sul divano a veder scorrere sullo schermo l’ultima stagione del ‘Trono di Spade’ l’ho puntata.
   Con piacere e curiosità. Verso quel mondo di fantasia e scrittura brillante, sceneggiatura sapida e dialoghi taglienti che, in un decennio, ha sedotto gli spettatori di mezzo globo avviluppandoli - di settimana in settimana - a un canovaccio pieno zeppo di chiaroscuri, fini strategie, battaglie epiche, segreti e rivelazioni brucianti. La lotta tra il Bene e il Male, in cui il Bene e il Male, assumono contorni mai netti, scolorando l’uno nell’altro ad ogni giro di pagina. Un bel mondo, per una serie televisiva. Che adesso – con l’ultima puntata di lunedì - volge al termine. In maniera seria. Serissima.
    Già perché l’ultima stagione, l’ottava, anelata spasmodicamente dai fans della serie, andrà in archivio come la più tribolata di tutte. La più discussa, criticata, commentata. E vituperata. Eh, si, incredibilmente vituperata.  Quella che sarebbe dovuta essere la stagione delle verità spiazzanti, del ‘redde rationem’ tra i Vivi e i Non Morti, dei nodi disseminati nel corso degli anni che si sciolgono nei modi più inaspettati, sarà ricordata come quella in cui il ‘popolo’ di #Got, sceso dal divano e spenta la Tivvù – un’oretta abbondante dopo le 3 di notte o in qualunque altra ora del giorno -  si è messo al pc, allo smartphone o a un tablet per attaccare i due sceneggiatori dell’opera - D&D: David Benioff e D.B. Weiss – accusandoli di ogni nefandezza per una stagione considerata molto al di sotto delle precedenti, senza lesinare su stilettate assortite e – almeno sul fronte italiano – toni persino volgari, da haters della Rete di tutti i giorni.
   Da popolo di santi, poeti e navigatori a 60 milioni di Cittì della Nazionale di calcio a 60 milioni di abili sceneggiatori, esperti di cinematografia, il passo – via Web – è brevissimo. Basta picchiettare un po’ sui tasti e via a una sarabanda di commenti che vanno dal ‘bella stagione di m…’ a ‘ho investito anni su questa serie e ora me la chiudono così?’, dal ‘ho speso soldi in un abbonamento e questo è il trattamento?’ a ‘offendono l’intelligenza degli spettatori’ fino a ‘si vede che Martin non segue più la sceneggiatura, cacciateli’. Un uragano di critiche, tanto che a fianco delle decine e decine di pagine dedicate a ‘Game of Thrones’, ai meme, alle riflessioni degli addetti ai lavori piene dei commenti più disparati  è spuntata perfino una petizione su change.org – cui hanno aderito in pochissime ore 300.000 persone e il conto è ancora aperto – per chiedere alla Hbo, di riscrivere l’intera ottava stagione. Un uragano che travolge tutti – fans compresi - visto che nessuno, ma proprio nessuno, sembra volere abdicare alla propria idea sullo show. Possibilmente corrosiva. Basta scrivere un innocuo ‘ma dai, è solo una serie televisiva, guardatevela con serenità’ per scatenare la fossa dei leoni, feriti da cotanta ignavia, a colpi ‘di allora ve la meritata ‘sta roba’, ‘tornate a guardare la Dottoressa Giò e Don Matteo’, ‘che ignoranza ma come si fa a non capire quanto sia caduto in basso questo programma’. E via dicendo. Uno spettacolo nello spettacolo: mostruosamente seguito in Tivvù, sulla Rete, ‘Game of Thrones’ vive ancora di più, rilanciando esaltazioni e frustrazioni dei navigatori che vestono, a turno, i panni dell’esperto: c’è chi giura di sapere tutto, ma proprio tutto, sull’arte della sceneggiatura 'che è tutt’altra cosa', ovviamente, rispetto all’operato di D&D; chi se ne intende, a pacchi, di fotografia; il tattico militare che fornisce millanta e millanta varianti su come gestire una battaglia e boccia quella di Winterfell nella terza puntata della serie; l’esperto di balliste antidrago; il conoscitore di draghi che ‘Hagrid di Harry potter scansati proprio’; il fine traduttore dal valiriano; il parrucchiere che legge il futuro nelle acconciature di Daenerys; il lettore di tutta l’opera di Martin che ‘a me proprio non la si fa’, l’infiltrato patito de ll Signore degli Anelli che ‘ma volete mettere la battaglia di Winterfell con quella del Fosso di Helm? No, dico…’. Uno spettacolo nello spettacolo. Roba da mettersi comodi davanti al pc con un bel cestino di pop corn. Altro che. Thronisti di tutto il mondo unitevi. 

mercoledì 13 marzo 2019

Quando è che abbiamo scelto di essere cattivi?

   Quando nel 2004, in Iraq, vennero rapite Simona  Pari e Simona Torretta - le due giovani in forza alla ong 'Un ponte per'  a Baghdad - lavoravo a New York. Anche dall'altra parte dell'Atlantico la notizia ebbe forte risalto e i media dedicarono alla vicenda molto spazio. Guardando le foto delle due ragazze mi accorsi che Simona Pari, riminese, era un volto familiare: aveva frequentato il mio stesso liceo. Pensai, 'accidenti che coraggio. Andare in una terra così difficile, pericolosa, ad aiutare i bambini”. La Rete veicolava commenti ma non era ancora la Cloaca Maxima scoperchiata dai Social Network.
   Certo dopo la liberazione delle due ragazze non erano mancate le polemiche: sul pagamento di un riscatto da parte dell’allora Governo Berlusconi; sull’ammontare della somma; sulle parole delle due giovani che avevano espresso il desiderio di poter ritornare dove erano state rapite e sul pensiero rivolto ai loro carcerieri più che alle autorità di governo e della Croce Rossa che ne avevano favorito la liberazione. Polemiche anche aspre. Talvolta livorose. Dirette. Ma - tutto sommato – infinitamente meno velenose rispetto a quelle che infestano il Web di questi tempi.
   In cui sprofondati sul divano di casa, dietro a una tastiera, sembra obbligatorio rovesciare – gratuitamente - fiele e cattiveria su chiunque intraprenda percorsi diversi dai propri. Senza pietà alcuna. Lo scorso 20 novembre, ad essere rapita, in Kenya, è stata una 23enne milanese, Silvia Romano, sulla cui vicenda sembra sceso l’oblio.  Alla sua seconda missione come volontaria dell'associazione ‘Africa Milele Onlus’, per lei – complice, forse, il riserbo chiesto sulla vicenda - non sono state organizzate manifestazioni plateali  per chiederne la liberazione come accaduto in passato per casi simili. Su Internet, però, le manifestazioni, dialettiche, non sono mancate. E il marchio è stato quello della rabbia, dell’odio. Dell’hate-speech. Già, perché sui Social, invece di parole di speranza sono comparse quelle dello stigma, dell’offesa.
   Spigolando qua e là nelle  ore successive al rapimento – ma se si vuole pure in queste chè la Rete non cancella nulla  - il tono usato per i commenti, da Twitter a Facebook, è da brividi.  C’è chi ha definito la giovane milanese “un’oca giuliva che poteva stare a casa ad aiutare gli italiani” e “far volontariato alla mensa della Caritas”.  Chi si è chiesto “quanto ci costerà farla tornare a casa sua per sempre, con l’obbligo di dimora e firma però” e chi ha sentenziato  “se l’è cercata” e chi “lasciamola lì, dove è voluta andare”. Chi ha suggerito di  “bloccare i pagamenti dei riscatti: far morire un buonista per educarne cento”.
   Una galleria disdicevole tralasciando, poi, i tanti graffi e le allusioni a sfondo sessuale. Che non mancano mai, quando la protagonista dei fatti è una donna. Ciarpame. A rotolare malignamente dallo schermo e lasciato da chi si sente in diritto anzi in dovere - investito da chissà quale autorità - di attaccare a testa bassa, meglio se in maniera impietosa e sprezzante. Da chi – spesso studente alla brillante Università della Vita - non si fa problemi a sfregiare, con le parole, chiunque faccia scelte diverse dalle proprie da una pagina o un account in cui abbondano, di solito, foto di teneri gattini e dolci cagnetti, di bacetti al moroso o alla morosa, dei nipotini sorridenti. Ignari, probabilmente, che sotto la loro foto compaiono frasi taglienti. Offensive. Becere.
   Ma quando è, esattamente, che ci siamo risvegliati così? Quando abbiamo deciso di abbandonarci al dileggio feroce? Gratuito. Quando? E perché? Perché ci sembra normale infierire, affondare parole come lame nella carne viva di chi non la pensa al nostro stesso modo? Umiliare, quasi sempre senza un vero motivo? Di fronte alla scelta di una 23enne di spendere la propria vita per genti lontane come Silvia Romano, o di chi come l’alpinista Daniele Nardi ha perso la vita sul Nanga Parabat e sulla cui scelta si è aperta da ore, sui Social Network, una disputa senza esclusione di colpi. Quando abbiamo deciso di diventare cattivi? Cattivissimi. Senza rimorso alcuno e pure con compiacimento. Davvero, quando?

lunedì 11 marzo 2019

#ncefregagnente-news


    Era la fine del 2016. Trentotto mesi fa o giù di lì e l’’Oxford Dictionaries’ aveva appena incoronato post-truth, post-verità, come parola dell’anno. L’autorevole istituzione britannica – guardandosi un po’ intorno -  aveva sancito il primato dell’emozione sull’obiettività definendo la post-verità come la circostanza in cui “i fatti oggettivi sono meno influenti, nella formazione della pubblica opinione, del richiamo alle emozioni e alle convinzioni personali”.  Di li a poco, il vocabolo era scolorito, sorpassato in due-e-due-quattro  dalla sua naturale evoluzione. Dalla post-verità, con assoluta non-chalance , si è passati alle fake-news.
   Le notizie-che-non-erano- notizie o, come si diceva un tempo, le care vecchie bufale. A rotolare un po’ dappertutto, preferibilmente dal Web.  La notizia anche solo improbabile che, a forza di essere ripetuta, commentata, condivisa, postata e ripostata diventa verosimile se non verità. Per alcuni pure assoluta. Quasi inscalfibile. Una post-truth 2 o 3 o 4.0 a sua volta subito sorpassata.
   Già perché oggi, direi che siamo abbondantemente oltre le fake-news. Siamo alle 'ncefregagnente-news’: si può dire qualsiasi cosa, vera o falsa che sia, tanto ogni fazione ha i suoi ultrà che non sentono ragioni. E quel che dicono loro, vero o falso che sia, è verità. Comunque. E per sempre. Ché sulla Rete tutta resta, piaccia o no.
    Hai voglia a parlare di attenzione alle fonti e loro verifica. Di sguardo limpido e distacco, di notizie separate dalle opinioni. Diciamocelo: cose – di primaria importanza - di cui non frega più niente a nessuno. Ma davvero niente. Altro che verifica dei fatti - il mitico ‘fact-checking’ anglosassone come dicono quelli che parlano bene - ma ‘chissenefrega’: quel che leggo – è il ‘mantra’ che filtra dai commenti lasciati sulle bacheche più disparate - deve essere in linea con quel che penso. Anche se non è vero. Anche se viene smentito. Anche se viene dimostrato che una notizia è falsa. Anzi che non è manco una notizia.
   ‘Chissenefrega’: se il fatto è verosimile, va bene così. Conforta il mio pensiero, conferma quello che vorrei succedesse. Poi, succeda per davvero oppure no, succeda per finta, va bene lo stesso. Va bene così. Benissimo.  Chè non si sa mai, prima o poi potrebbe succedere davvero. Intanto facciamo finta che sia successo.  E crediamoci.
   Povero ‘Oxford Dictionaries’.  Altro che  post-verità: siamo al mi faccio la mia verità, comunque sia. Se ti va bene, bene. Se no va bene lo stesso. E vissero tutti felici e contenti.

domenica 1 aprile 2018

C'era una volta il popolo

   E alla fine – oltre ai voti - si son presi pure le salamelle e le salsicce. Era  gremito – in una notte di mezza estate, sul 30 luglio o già di lì - il Piazzale dei Salinari. Il quadrilatero, su cui si affaccia il Magazzino del Sale di Cervia, ‘ribolliva’ di composta passione. Tra una piadina – alta e spessa come si usa da quelle parti del Ravennate – e una salsiccetta ben cotta, centinaia di persone aspettavano di vedere sbucare sul palco e ascoltare Matteo Salvini.
   Il leader del Carroccio, ospite d’onore della Festa della Lega Nord Romagna, ‘venne sù‘ dalla spiaggia in bicicletta. Appoggiati alle loro, di biciclette, se ne stavano, con una piada calda in mano, due signori. Ad occhio e croce sull'orlo della pensione. Chiacchieravano amabilmente. Fino a zittirsi quando Salvini, al microfono, non toccò i tasti del lavoro, della fatica di arrivare a fine mese, della legge Fornero e degli esodati.
“Quando un tempo parlavano Berlinguer o Almirante – scandì il segretario leghista  – c’era da togliersi il cappello di fronte alla loro personalità e alla loro conoscenza. Berlinguer andava in fabbrica, conosceva gli operai. Ma guarda un po’- ironizzò – ci tocca fare anche il lavoro della sinistra”. I due in piedi, fermi con le biciclette davanti al chiosco di piadine, facevano sì con la testa. “Eh già – commentava uno ad alta voce rivolto all'amico – ha ragione. Davvero, la sinistra, il Pd non si occupano più delle persone e dei bisogni della gente. Son diventanti distanti”.
   Li ascoltavo, mentre battevo sui tasti del portatile le parole del politico ‘lumbard’ per chiudere il pezzo. Due romagnoli con la esse che sibila curiosi di ascoltare quel che aveva da dire l’uomo sotto i riflettori. Con un po’ di imbarazzo.  “Non sono proprio un simpatizzante – faceva uno dei due sull’orlo della pensione - ma sono incuriosito: sono venuto qui in piazza a sentire e quel che dice non mi spiace. Dai ‘miei’ queste cose non le sento dire più”.
   I suoi - a questo punto ex suoi? - erano quelli della sinistra, che non ”ci ascoltano più e invece stanno dietro a tutte quelle cose lì, i gufi i rosiconi…”. Parole simili, concetti simili, li avrei poi risentiti – a metà febbraio -  fuori dal palazzo dei congressi di Bellaria in occasione di una tappa romagnola del ‘rally’ lungo l’Italia di Luigi Di Maio.   
   E se il voto, in quella notte di mezza estate, non era proprio dietro l’angolo, il senso di un popolo confuso, di un popolo che non c’è più sembrava palpabile. Ed era, è, un fatto quasi epocale. Ché perdere una elezione, raccogliere un 18% abbondante quando solo pochi anni prima – seppur alle europee – il Pd veleggiava oltre il 40% segna una sconfitta da cui, in qualche modo, ci si può anche rialzare. Ma perdere un popolo, vedersi voltare le spalle – per ingrossare le fila della Lega o del Movimento 5 Stelle – dalla ‘gente’ che ha sempre creduto nel messaggio, nelle parole, di quella che era divenuta, negli scorsi decenni, quasi una ‘chiesa’ laica ha i contorni della disfatta. E del monte da scalare per la riconquista.
   Già, perché se nell'era della società liquida, senza punti di riferimento precisi, può anche essere non troppo difficile cercare di conquistare nuovi spazi, ben più arduo è riconquistare chi si sente deluso, messo da parte. Lacerato. Un tempo alle feste de l’Unità attorno al tavolo, tra una salamella e una piada, si sedevano persone diversissime tra loro -  dall'operaio al commerciante, dall'insegnante al piccolo imprenditore, dall'esponente delle cooperative all'intellettuale –, diversissime ma accomunate da un’idea di società, da uno sguardo comune, da valori condivisi. Mondi anche distanti ma che si confrontavano, si parlavano, si misuravano sulle idee.
   Ora non più. Il divario tra l’operaio e il commerciante e l’imprenditore si è allargato, puntano e guardano a società diverse. Non si sentono più tasselli di uno stesso disegno.  Lo scarto tra chi vive in periferia e chi vive in centro è diventato sempre più ampio, quasi incolmabile. Le parole, gli interessi, i problemi sono diversi, gli obiettivi non coincidono più. Istantanee non prese in gran considerazione tanto che, paradossalmente, chi è più debole sembra essere è scivolato ai margini dell’interesse del partito. E non sarà un caso se il Pd ha perso tra chi ai margini ci vive quotidianamente e ha tenuto, se non guadagnato, tra chi ai margini non c’è mai stato.
    Finito di parlare Salvini, i due signori in bicicletta avevano fatto un secondo giro di piadina. E di chiacchiere. Parole in liberta sul “giosac o giobbatt, o come si chiama, che si capiva subito che una volta finiti gli incentivi era difficile gli imprenditori continuassero ad assumere” ; su “quell’Enrico stai sereno che non è stata una bella cosa da dire”; sull’immigrazione “che poi, a fare i conti con i disagi e l’insicurezza rimaniamo noi, mica loro. Che nemmeno ci danno più retta”, sulle “divisioni nel centrosinistra”. E i due, allora, non avevano ancora visto un Casini – per altro vittorioso – candidato a Bologna, con un elettore di centrosinistra costretto a dover scegliere tra un ex rivale finito tra gli amici e un ex amico come Errani finito tra i rivali.
Difficile – così -riconquistare un popolo.  Chè poi i popoli di una volta, manco ci sono più.

giovedì 29 marzo 2018

E se nascere uomo fosse (incredibilmente) il nuovo 'Fattore C'?

   Di fronte alle persone scivolate per sempre nel Mediterraneo – divenuto tomba liquida per migliaia di uomini e donne negli ultimi anni –, davanti alle immagini della Siria e Ghouta devastate, ai resoconti dei reportage giornalistici in Libia, la considerazione più naturale che possa balzare alla mente è che noi - pur in una realtà italiana sempre più difficile - siamo stati benedetti dal 'Fattore C'. Il fattore fortuna, per chi è più educato. Culo, per tutti gli altri. E pure sfacciato: a nascere da questa parte del pianeta. Quella giusta. Quella che in qualche modo, dopo un paio di Guerre Mondiali, ha avuto pace, sostanziale democrazia, prosperità. Ricchezza e potere. Una bella fortuna, davvero.
   Poi, invece, nell’anno di grazia 2018 - solo a leggere i giornali e stando alla nuda cronaca - vien da pensare che ci sia  - incredibilmente – un ‘Fattore C’ del ‘Fattore C’: nascere uomini. Incredibilmente. Perché nel 2018, dopo decenni di lotte per affermare pari dignità e pari diritti, norme sulla parità di genere, tante prese di posizioni autorevoli, cariche istituzionali a battagliare sull'uso delle parole, sembra di essere tornati in pieno Medio Evo, quando nascere maschio era considerato una ricchezza.
   Davvero basta sfogliare un giornale – cartaceo o elettronico – per imbattersi in una spirale in cui si avvitano femminicidi; opportunità di lavoro diametralmente opposte tra uomini e donne; scarti tra le retribuzioni di maschi e femmine nonostante una maggiore preparazione per queste ultime; una politica che, a parole, non è mai stata così rosa e, nei fatti, lo è come sempre poco. Senza contare quelle pagine Web – aperte, chiuse, poi riaperte, poi richiuse e ancora aperte sui sociale media – intrise di misoginia, offese gratuite, denigrazioni, sberleffi taglienti, derisioni urticanti fatti passare per ironia e satira.
   In Italia – Paese che fino al 5 settembre del 1981 aveva nel codice penale il delitto d'onore - secondo dati presentati dall’Eures nei giorni scorsi in media si registra una donna uccisa ogni 60 ore. Dal 2000 ad oggi sono state 3.000: a guardare solo gli ultimi anni i casi di femminicidio sono stati 142 nel 2015, 150 nel 2016, 114 nei primi 10 mesi del 2017 cui vanno aggiunti i 27 di quest'anno. Secondo l’Eures, ancora, l'incidenza di vittime di sesso femminile negli omicidi volontari è salita dal 26,4% del 2000 al 37,1% di due anni fa e almeno un quarto dei 'femminicidi di coppia' ha una storia di pregresse violenze compiute dall'autore che, nel 44,6% dei casi, la futura vittima aveva denunciato senza però ottenere una qualche forma di protezione.
   Numeri agghiaccianti. Raggelanti. Sia per il dato in sè, sia per la considerazione della donna e la sua indipendenza. Conquistata – anche in questo caso incredibilmente - a fatica. E ancora così difficile da accettare per tanti uomini.
   Che, nella società, continuano a mantenere ruoli di preminenza. A prescindere da merito e preparazione.  E che vedono le donne costrette a ‘faticare’ di più per vedere riconosciute le proprie competenze, per il solo fatto di essere donne.
   Concetti che emergono, chiarissimi, dall’indagine annuale condotta da AlmaDiploma e AlmaLaurea secondo cui le donne italiane riportano "risultati più brillanti lungo il percorso formativo e in quasi tutti gli indirizzi di studio rispetto agli uomini, ma sul mercato del lavoro scontano ancora un forte divario in termini non solo occupazionali e contrattuali, ma anche e soprattutto retributivi".
   In base ai dati raccolti le ragazze già dalle medie inferiori “se la cavano meglio” dei ragazzi portando a casa un voto d'esame piu' elevato (il 35% delle ragazze contro il 26% dei ragazzi ottiene 9 su 10) cosa che fanno anche alle superiori con un voto medio di diploma di 78,6 su cento per le ragazze contro il 75,1 dei ragazzi.   "Più brillanti" alle superiori, le donne si confermano "più brillanti" anche all'Universita'. Tra i laureati del 2016, la quota delle ragazze che si laureano in corso e' superiore a quanto registrato per gli uomini (rispettivamente il 51% e il 46%) e il voto medio di laurea e' uguale a 103,4 su 110 per le prime e a 101,3 per i secondi. Quanto alla condizione occupazionale dei laureati, evidenzia Almalaurea, "tra i laureati magistrali biennali, a cinque anni dal conseguimento del titolo le differenze di genere si confermano significative: il tasso di occupazione e' pari all'81% per le donne e all'89% per gli uomini mentre a un lustro dal titolo i contratti alle dipendenze a tempo indeterminato riguardano il 61% degli uomini e il 52% delle donne".   Anche dal punto di vista retributivo si registrano differenze di genere: "Tra i laureati magistrali biennali che hanno iniziato l'attuale attività dopo la laurea e lavorano a tempo pieno emerge che il differenziale, a cinque anni, e' pari al 19% a favore dei maschi: 1.637 euro contro 1.375 euro delle donne".    Inoltre, viene evidenziato, "la lettura dei dati conferma che le donne sono più penalizzate sul lavoro se hanno figli. Il differenziale occupazionale a cinque anni dalla laurea sale a 29 punti percentuali tra quanti hanno figli: isolando quanti non lavoravano alla laurea, il tasso di occupazione risulta pari al 90% per gli uomini, contro il 61% per le donne. Anche nel confronto tra laureate, chi ha figli risulta penalizzata: a cinque anni dal titolo il tasso di occupazione delle laureate senza prole e' pari all'80%, con un differenziale di 19 punti percentuali rispetto alle donne con figli".
   E guardando alla politica – pur se nella neonata legislatura si ha, per la prima volta una donna alla guida del Senato – l’Istituto Cattaneo, a ridosso delle lezioni dello scorso 4 marzo, ha pubblicato un rapporto sulla presenza dei partiti sulle reti televisive pubbliche in cui si è evidenziato, senza mezzi termini, una certa disparità di genere. “La parte più consistente dello spazio riservato agli interventi dei politici – è scritto nel documento  – è controllata e gestita da uomini. In media, solo un quarto del tempo che il servizio pubblico ha dedicato ai temi della campagna elettorale ha coinvolto una donna. Questo trend vale per la maggioranza dei partiti italiani (da Casapound a Forza Italia, passando per il Pd e il M5s) e gli unici partiti in cui i rapporti di forza tra uomini e donne sono invertiti sono quelli che possiedono una leadership al femminile (+Europa, Fratelli d’Italia, Civica popolare e Potere al popolo). In questa prospettiva, oltre agli squilibri nella distribuzione dei tempi televisivi tra le principali forze politiche, emerge chiaramente anche l’esistenza di un vulnus nelle modalità attraverso le quali viene garantita una equità di trattamento tra le donne e gli uomini che praticano l’attività politica”.
   Che dire. Anno Domini 2018. Ma non sembrerebbe.

lunedì 5 marzo 2018

Elezioni. 'Ma che, ascolti la gggente?'

   Come tanti ho fatto nottata seguendo la #maratonamentana. Mentre si affastellavano exit poll, proiezioni, primi dati ufficiali, i volti e le parole dei giornalisti in studio - tutti navigati e di testate prestigiose - lasciavano trasparire un certo stupore per l'esito della consultazione elettorale. A casa, davanti al televisorino, sinceramente, mi stupivo del loro stupore. Possibile non tenessero in considerazione una debacle del Pd? Un Movimento 5 Stelle così forte? Una Lega ben oltre Forza Italia? Possibile? Possibile non avessero annusato l'aria, non avessero tenuto conto delle tante parole di rabbia, malcontento, fastidio, rovesciate dalle persone, dai concittadini, su ogni piattaforma immaginabile? Possibile, a quanto pare.
   Un paio di giorni fa, concionando con un collega – appassionato di retroscena - ci si chiedeva quali percentuali potessero prendere i diversi partiti. Senza certezza alcuna l’avevo buttata là:  a spulciare sui social media, ad ascoltare le chiacchiere da bar e da treno, non mi sembrava irreale un risultato pentastellato sul trenta per cento un Pd sul venti per cento. ‘Uhm – aveva commentato – interessante: ma tu, a forza di fare il pendolare, sei un po’ tarato sul treno. Su queste parole dal basso, sulla gggente’.
   Aveva ragione. Sono tarato sul treno. Però, dal treno, il Paese lo guardo un po’ più da vicino. Lo vedo, lo sento, lo ‘odoro’ perfino. E per arrivarci ogni giorno, al treno, attraverso – a piedi - una città, i suoi parchi. Mi imbatto nei suoi abitanti, persino nei cartelloni pubblicitari e negli avvisi affissi sui tabelloni di metallo.
   Di convogli – sferraglianti sui binari solitamente in ritardo - ne prendo di tutti i tipi, a tutte le ore. Passo dalle Frecciabianca ai regionali. Dalla mattina, alla sera. Alla notte: quando ci si squadra per bene, prima di scegliere la carrozza in cui sedersi, per stare vicino a persone che possano parere ‘per bene’. Si vedono tante cose. Si ascoltano tante cose: perché tra un laptot e un tablet appoggiati sul tavolino di una Freccia o sulle ginocchia su un Regionale, le persone ancora parlano. Di quotidianità spiccia che, spesso, diventa politica. Il degrado dentro o fuori le stazioni; i treni che non arrivano mai in orario; le difficoltà pendolari non sono parole circoscritte al viaggio ma esondano verso un Paese – e chi lo gestisce - che viene vissuto come in decadimento. Ad attraversare una sala d’aspetto o un corridoio – che a Rimini è di fatto un  sala d’aspetto –  o ad attraversare un parcheggio dove di sera, sotto una tettoia, si rannicchiano infagottati gli ‘invisibili’, un tempo si sentiva dire ‘povera gente’, oggi si sente dire ‘guarda che gente’. E magari si tira dritto in fretta, per allontanarsi il prima possibile. Chè i tempi e le paure cambiano. E di questi tempi e di queste paure la politica dovrebbe occuparsi. E pure noi giornalisti. Se si vuole capire.
   In carrozza, si ascolta quello che le persone si raccontano: e quando parlano di politica l’intreccio è con la vita vissuta. Non con il retroscena di Palazzo, con le alchimie delle segrete stanze. Con i rapporti di forza interni. L’intreccio è con le bollette che ogni anno aumentano, con la benzina cara ‘perché ci sono ancora le accise legate alle guerre coloniali’, con l’ondata migratoria. Che intimorisce. Con il lavoro e l’economia che, se gli indici parlano di ripresa, la vita di tutti i giorni racconta, invece, una percezione totalmente diversa, con il Jobs Act che è sembrato un regalo agli imprenditori e i genitori che parlano al telefonino – a voce alta in mezzo allo scompartimento -  ai figli volati all’estero o ancora a casa malgrado l’età. Invece su tutte ‘ste cose, la politica poco si sofferma. E noi giornalisti, spesso, ancora meno.
   Non ascoltiamo abbastanza. Si capirebbe bene - ascoltando - che, a volte, la politica si dipana per scelte semplici, terra-terra.  Che a volte è sufficiente prestare orecchio alle chiacchiere in libertà. Già perché nei giorni scorsi, nelle scorse settimane quello che si sentiva ripetere più spesso - quasi un mantra - era 'saranno quello che saranno i 5 stelle ma gli altri li abbiamo già provati tutti e guarda come siamo messi..'. Non una finissima disamina, forse. Ma perché non darle alcun credito? Perché non credere che le cose, possano essere più basiche di quanto si pensi?
   Se nella vita di tutti i giorni funzionano dicotomie come bello/brutto, simpatico/antipatico, nuovo/vecchio, perché non credere che possano funzionare anche nella politica. Il referendum costituzionale Renzi lo aveva perso - banalmente - perché lo aveva trasformato in un voto sulla sua figura. E gli italiani avevano scelto sulla base di un giudizio simpatico/antipatico, non sull'opportunità di mantenere così com'è una Costituzione di cui la maggior parte fa fatica a ricordare il primo articolo. Simpatico o antipatico. Nulla più. Ieri il giudizio si è basato anche sulla contrapposizione vecchio/nuovo, sul 'proviamo anche questi, che gli altri…'. Una cosa semplice.
   Non un granché, forse, come motivazione da impaginare - su un giornale o giornalone che sia - o da riportare seduti in uno studio televisivo. Poco raffinata, forse. Ma utile per non ritrovarsi, poi, stupiti. All’improvviso.

sabato 3 marzo 2018

Neve, 'leoni da tastiera' e la rivincita dei Sindaci

 
 
   Sono i ‘parafulmini’ per eccellenza. Quelli cui indirizzare – sempre e comunque – la propria insoddisfazione. Quelli che se non fanno,’ dovevano fare’. Se fanno, ‘dovevano fare meglio’. Se fanno meglio, ‘si vabbè così son capaci tutti’. Dura la vita del sindaco. Soprattutto al tempo della Rete in cui ognuno, seduto davanti alla tastiera, si sente in diritto di pontificare senza pietà. Ancora di più se, per caso, fuori nevica. E ancora un po’ di più se, mentre fuori nevica, ci si atteggia a ‘Savonarola’ dei social network  fustigando – spesso a male parole - i primi cittadini per il troppo sale gettato in strada o il troppo poco sale gettato in strada; per gli spazzaneve mandati a pulire troppo tardi o solo in alcune zone e non in altre; per le scuole che si dovevano chiudere prima, non chiudere affatto, chiudere-si-ma-anche-no-forse.
   Parafulmini sempre e comunque, come ruolo impone. Ma che, talvolta, imbracciano il Pc. E replicano. Perché se la critica è ben accetta, l’attacco a testa bassa, lo sberleffo gratuito, l’insulto, vanno ben oltre il ‘caro sindaco, così non va’.
   Dalle nostre parti, in Emilia-Romagna, sono stati diversi, in queste ore, i primi cittadini a ribattere colpo su colpo ai cosiddetti 'leoni da tastiera'. A partire dal sindaco di Parma, Federico Pizzarotti che non ha mancato di postare sulla sua pagina Fb gli interventi offensivi ricevuto da tanti giovani riguardo la chiusura delle scuole allargando lo spettro a una riflessione sull’educazioni delle generazioni verdi.   
   “Giudicate voi – scriveva nei giorni scorsi - questi sono i nostri figli, figli di tutti noi. Al di là di chi può essere d'accordo o meno sull'apertura delle scuole (d'inverno nevica, da sempre, non mi sembra la fine del mondo) ravviso una grande mancanza di educazione da parte degli studenti. Bestemmie, parolacce, offese, imprecazioni, da parte di ragazzi come di ragazze. È solo una minima parte di quel che mi è arrivato. Se da ragazzo avessi parlato con questi toni al sindaco o a un qualsiasi altro cittadino, non oso immaginare cosa mi avrebbero detto mia mamma e mio papà. Non oso.  Lo dico chiaro: giocate meno su Facebook, alla playstation o atteggiatevi meno a ‘Rapper’, e studiate di più, soprattutto l'educazione. E se nevica vi coprite e vi alzate presto la mattina e andate a scuola, che male non fa”.
   Parole - cui Pizzarotti allega un “P.s.: la prossima volta metterò i vostri nomi e lo farò sapere direttamente ai vostri genitori” - non troppo distanti da quelle del sindaco di Faenza, Giovanni Malpezzi che, sempre nei giorni scorsi,  ha chiarito bene cosa pensi dell’educazione sui social media.  “ Il mio post di ieri relativo alla regolare apertura delle scuole – ha scritto il 27 febbraio su Fb -  ha ricevuto centinaia di commenti, fra i quali decine contenenti insulti e bestemmie. I cittadin hanno il pieno diritto di dissentire e di criticare le scelte compiute dagli amministratori pubblici. Ma gli insulti che costituiscono 'oltraggio a pubblico ufficiale' sono puniti dall'art. 341 bis del Codice Penale. Anche la bestemmia configura un reato e, in ogni caso, offende pesantemente il sentimento religioso di chi crede. Come sindaco non posso accettare che tramite uno strumento di comunicazione pubblica da me gestito si commettano impunemente simili reati a danno delle Istituzioni e della sensibilità religiosa. Ho pertanto provveduto a salvare tutti i commenti per poi agire di conseguenza. Invito pertanto tutti coloro che hanno scritto insulti di vario genere a prendere contatto con i miei uffici per concordare un incontro chiarificatore. I minori dovranno essere accompagnati da un genitore. In mancanza di un riscontro entro 15 giorni da oggi, procederò per le vie legali”.
    E se Pizzarotti e Malpezzi, nelle loro prese di posizione, aprono una sorta di dibattito generazionale altri primi cittadini come il felsineo Claudio Broglia, sindaco di Crevalcore che, dalla sua pagina su Facebook,suggerisce ai concittadini di rimboccarsi le maniche e non passare solo il tempo dietro a un computer.
   “Vi invito a fare due cose – ha scritto Broglia il primo marzo - la prima è chiudere il tablet, imbracciare il palozzo e fare rotta nel vostro cortile. E vista la vostra spiccata attitudine civica, magari anche un po’ sulla strada pubblica. La seconda e di andare a comprare un chilo di sale fino, no non da spargere in terra , provare ad assumerlo per via orale a piccole dosi e vedere se ci sono buoni risultati. Se dopo alcuni giorni non succede niente, vuol dire che o è rimasto ai bordi delle orecchie o la temperatura interna e’ molto ma molto sotto zero  Scusate, ma quando ci vuole ci vuole. Siamo rimasti svegli praticamente tutta notte ( il sottoscritto e l’assessore Martelli ) per curare bene la partenza, è tutt’oggi che squadre lavorano e puliscono le strade, e poi arrivano i Lyons for tablet a dire queste robe qui ?”.
   Rivendicazioni, di fronte ai commenti digitali, più che condivisibili. E comprensibili. Da sindaco.
Da ‘non sindaco’, senza essere toccati personalmente e direttamente – invece -  leggere le pagine Facebook dedicate alla propria città e a quelle vicine potrebbe  pure essere un'esperienza esilarante. E quando nevica, copiosamente o meno, ancora di più. D’altronde – a scorrere i post dei giorni scorsi su diverse pagine su e giù per lo Stivale  - l'argomento piace e, a parte gli inguaribili romantici che vedono poesia in ogni fiocco che vien giù, i naviganti affidano ai social il loro quotidiano livore da tastiera.
    Quindi, se la strada è ghiacciata è perché il comune non ha sparso il sale quando avrebbe dovuto, impiegandolo - così consiglia l'italica fantasia degli autori - per gli scopi più vari: chessò, insieme a del limone per una tequila bum bum oppure, qui in Romagna, per i sardoncini, da mangiare con la piada. Se la strada non è ghiacciata, ruggiscono i navigatori della Rete, ovviamente è quella davanti a casa di qualcun altro perché di fronte alla propria, di casa, gli spazzaneve proprio non passano. Se nella propria città, a leggere i commenti, sembra ci sia una lastra di ghiaccio continua, gli internauti - arrabbiatissimi con la propria amministrazione comunale - tessono lodi sperticate al comune vicino dove tutto funziona perché il sindaco è di altra fazione politica. Anche se poi, quelli che nel comune vicino vivono, attaccano la loro di amministrazione comunale perché, si le strade sono abbastanza pulite ma in quell'altro comune ancora è sicuramente meglio. E tra uno 'svegliaaa', uno 'spazzaneveeee' e un 'vergognaaaa', è immancabile il raffronto con le lande straniere e il sempreverde, 'chissà, allora, in Svizzera/Austria/Germania/Svezia/Russia/Siberia/etc. come fanno?'. Un grande classico che  non passa mai di moda. Già, chissà che ci faranno loro con il sale se non lo usano per i sardoncini.