domenica 19 giugno 2016

Umanità in sala d'aspetto (che non c'è)




    Sul bancone del bar ci saranno una decina di tazze fumanti. Un caffè lungo, un macchiato caldo. Il cappuccino normale, con il latte di soia, uno con poca schiuma. Un the con il limone a fianco. A terra, vicino ai piedi degli avventori, bagagli d’ogni genere: trolley minuti o mastodontici – modello traversata oceanica in nave dai primi del Novecento -, zaini, borsoni da palestra, valigie rettangolari che sembrano contenere una vita intera. Nel ‘bulirone’ da bar-della-stazione-di-una-domenica-mattina-d’estate, all’improvviso si apre la porta del locale:  un uomo, alto, un po’ allampanato, entra e sorride. Indirizza un ‘olè’ di saluto alla ragazza che serve caffè e cappuccini e, giusto il tempo di incassare un ‘ciao Magic,tutto bene?’, piroetta verso la porta e se ne va.
     Ai viaggiatori venuti e diretti da ogni dove, alle prese con la loro colazione – fugace come si conviene al luogo – quel Magic, vuol dire poco. Ai riminesi, forse, qualcosa in più. Quel Magic, è Magic Voice. Che impazzava, negli Anni Novanta, con i suoi volantini affissi sulle colonne dei portici del centro; le comparsate televisive - pure sulle reti nazionali - la sua 'Ciao ciao Lulù', cantata a squarciagola dalla curva verso i tifosi ospiti, al palazzetto, quando la Rimini dei canestri si prendeva la vittoria sul parquet della Seria A.
   "Ogni tanto si ferma per un caffè - dice la ragazza del bar - ma di solito, entra fa un saluto e esce: che tipo, Magic...". Uno dei molti volti dell'umanità varia che calpesta il pavimento della stazione. Il non luogo per eccellenza: parte della città ma quasi estranea, porta di ingresso di un pezzo di mondo - già oltre Rimini - legato da binari che corrono da un capo all'altro del pianeta.
   Approdo e crocevia di una umanità briosa e gaudente, allegramente in viaggio per chissà dove. Approdo e crocevia di una umanità dolente. Che, del non luogo, diventa, suo malgrado, parte integrante. Che del non luogo fa quasi casa.
   Nemmeno le sette di un giorno qualsiasi. Arrivo in stazione per prendere il mio trenino diretto a Bologna. Fuori, nel piazzale, non c'è il solito via-vai. Dentro, nell'atrio c'è più gente del solito. Attaccato a una parete, in un angolo, un 'fagotto' extra-large di stracci e coperte. Sotto, avvolta stretta stretta, c'è una persona addormentata. A fianco una ciotola con dell'acqua - immagino per un cane che non vedo - mozziconi di sigarette, i resti di un panino smangiucchiato. Quasi di fronte, all'angolo opposto, un 'letto' di cartone coperto da un sacco nero ospita un'altra persona, appallottolata sotto un piumino. Spunta solo una berretta. Dorme profondamente, incurante dei passeggeri che iniziano a raggiungere i treni. Nel corridoio che porta alla biglietteria, sulle sedute metalliche - parvenza di sala d'aspetto che non c'è - due donne semi-stese, assopite sotto due coperte e un uomo che borbotta da solo rivolto al suo cartone di Tavernello. I viaggiatori, gettano una sguardo e passano svelti. In fretta verso il loro binario. All'aperto, lontano dal senso di sconcerto e, insieme, repulsione. Per non pensare a chissà come sono finite, quelle persone, ad avere il pavimento di una stazione come letto. O, nelle luci di un bar, un po' di calore.
   Qualche mese fa, poco dopo le sei del mattino. Nel corridoio-sala d'aspetto della stazione è difficile non notarlo. Alto, la barba grigia, i capelli lunghi - grigi anche quelli - raccolti in una coda. Trema un po', il primo freddo d'autunno punge. Specie se si e' dormito chissà dove. Arriva caracollando al bar, conta e riconta gli spicci davanti alla cassa, prima di chiedere una brioche e un cappuccino. ''Ancora l'uomo di Neanderthal'' sospira verso un dipendente della stazione la ragazza del banco.
   Per un attimo sembra scocciata mentre il ferroviere gira il suo cucchiano nella tazzina del caffè. ''Eccoti qua'', allarga invece il sorriso, ''cappuccino caldo e la pasta con la cioccolata, vero?''. Lo segue, affettuosa, con la coda dell'occhio mentre serve gli altri clienti. Lui, il gigante con i capelli grigi mangia piano. Non smette di tremare. Poi caracollando ancora, un po' instabile se ne va verso la porta. ''Ma come farà a vivere così - mormora la ragazza - mi si spezza il cuore...''. Il banco si riempie di gente, cappuccini, caffè macchiati e brioches. Un attimo e l'uomo guadagna l'uscita verso la sua lunghissima giornata intorno alla stazione. Solitaria, immagino. Come quella di tanta gente ai margini. A Rimini come a Bologna.
   Se ne sta in un angolo, seduto a un tavolino nascosto al secondo piano del McDonald's affacciato sul piazzale della stazione del capoluogo emiliano. Se ne sta lì, composto, a guardare le persone - soprattutto giovani - che salgono con un vassoio in mano. Dall'età indefinita - potrebbe avere una trentina d'anni scarsa ma pure cinquanta abbondanti - capelli brizzolati corti, un trolley sgangherato che spunta, ma solo un po', dal tavolino. Vuoto, senza un vassoio, un hamburger o due patatine.
   Schiena dritta, si guarda intorno. Abbassa gli occhi quando qualcuno si accorge di lui, rincantucciato nel suo angolo. Senza farsi notare, come fosse uno dei tanti avventori. D'un tratto si alza, prende il suo trolley e scende lentamente a piano terra. Supera un paio di signori anziani - anche loro con un bagaglio in cui sembrano aver stipato un'intera vita - che si erano assopiti ad un tavolino del bar attiguo al fast food ed esce. Qualche minuto dopo, mentre mi avvicino al binario del treno, lo incrocio. Ha in mano un paio di panini distribuiti, all'ingresso della stazione, da alcuni ragazzi. Trascina la sua borsa lontano dal gruppetto di uomini e donne che sta attorno ai giovani. Torna verso il locale. Forse al suo angolo al secondo piano. Solitario.
   Lontano dall'umanità briosa e gaudente, allegramente in viaggio per chissà dove.

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